Il Parlamento europeo (UE) ha di recente approvato la riforma delle norme sulla rendicontazione di sostenibilità e il dovere di diligenza.
Un intervento che riduce gli obblighi per molte imprese e punta a coniugare competitività, chiarezza normativa e obiettivi ambientali. Vediamo in questo articolo tutti i dettagli.
L’UE sulla sostenibilità: due diligence limitata alle grandi multinazionali e avvio graduale dal 2029
Come anticipato, con il voto favorevole del Parlamento europeo, l’Unione compie un nuovo passo nel percorso di revisione delle regole sulla sostenibilità d’impresa.
In particolare, la riforma delle norme su rendicontazione di sostenibilità e dovere di diligenza, approvata con un’ampia maggioranza, ridisegna in modo significativo l’ambito di applicazione degli obblighi ESG.
Riducendo così il numero delle imprese coinvolte e alleggerendo alcuni adempimenti considerati eccessivamente onerosi.
La modifica rientra nel pacchetto di semplificazione Omnibus I proposto dalla Commissione europea, che mira a rendere il quadro normativo più proporzionato e coerente con le dimensioni e la capacità organizzativa delle aziende.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare la competitività dell’Unione senza abbandonare il percorso verso la sostenibilità ambientale e sociale.
Uno dei punti centrali della riforma riguarda larendicontazione di sostenibilità, ovvero l’obbligo per le imprese di pubblicare informazioni sugli impatti ambientali, sociali e di governance delle proprie attività.
In base alle nuove regole, questo obbligo sarà limitato alle imprese dell’Unione europea con una media superiore a 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo oltre i 450 milioni di euro.
La soglia dimensionale rappresenta un cambiamento rilevante rispetto all’impostazione precedente, che avrebbe coinvolto un numero molto più ampio di aziende.
Le norme si applicheranno inoltre anche a imprese con sede fuori dall’UE, qualora realizzino un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro nel mercato europeo, nonché alle loro controllate e succursali con ricavi oltre i 200 milioni di euro nell’Unione.
Parallelamente, viene ridotto il carico informativo richiesto: alcuni obblighi vengono semplificati e la rendicontazione settoriale diventa volontaria.
Una scelta che risponde alle critiche di chi temeva un’eccessiva standardizzazione, poco adatta alle specificità dei diversi comparti produttivi.
Tutela delle PMI e stop allo scarico degli oneri
Un altro elemento qualificante della riforma è la tutela delle imprese di minori dimensioni. Le nuove regole chiariscono che le aziende soggette all’obbligo di rendicontazione non potranno trasferire questo onere alle imprese più piccole con cui collaborano.
In concreto, le aziende con meno di 1.000 dipendenti non saranno tenute a fornire informazioni aggiuntive rispetto a quelle previste dalla rendicontazione volontaria.
Si tratta di un passaggio importante, perché risponde a una delle principali preoccupazioni emerse nel dibattito europeo: il rischio che le PMI venissero indirettamente gravate da obblighi complessi attraverso le richieste dei grandi gruppi lungo la catena del valore.
Per accompagnare l’attuazione delle nuove norme, la Commissione europea istituirà anche un portale digitale dedicato, che raccoglierà linee guida, chiarimenti interpretativi e modelli standard di documenti.
Uno strumento pensato per facilitare l’adempimento e ridurre l’incertezza applicativa a livello nazionale e transfrontaliero.
La riforma interviene in modo ancora più netto sul dovere di diligenza, ossia sull’obbligo per le imprese di individuare, prevenire e mitigare gli impatti negativi delle proprie attività sui diritti umani e sull’ambiente.
In questo caso, il legislatore europeo ha scelto di restringere l’obbligo alle sole grandi società.
Saranno infatti tenute ad applicare le norme sulla due diligence solo le imprese con più di 5.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 1,5 miliardi di euro, se stabilite nell’UE.
Caso contrario, con un fatturato di pari entità generato nel mercato europeo, se con sede extra-UE.
Le aziende interessate dovranno svolgere analisi mirate per individuare i rischi nelle proprie catene di attività, ma potranno richiedere informazioni ai partner commerciali più piccoli solo quando strettamente necessario.
Viene inoltre eliminato l’obbligo di predisporre piani di transizione che attestino formalmente la compatibilità del modello di business con gli obiettivi climatici.
Sanzioni e calendario di entrata in vigore
Nonostante la semplificazione, il sistema sanzionatorio resta significativo. Le imprese che non rispetteranno correttamente gli obblighi di due diligence potranno essere perseguite a livello nazionale e rischiare sanzioni fino al 3% del fatturato netto mondiale.
Un segnale chiaro della volontà di mantenere un presidio efficace sul rispetto delle regole.
Inoltre, l’entrata in vigore delle norme sul dovere di diligenza è fissata al 26 luglio 2029, lasciando così alle imprese interessate un ampio periodo di adattamento.
Anche questa scelta risponde all’esigenza di garantire una transizione graduale e sostenibile dal punto di vista organizzativo.
Secondo il relatore del Parlamento europeo Jörgen Warborn, la riforma rappresenta un compromesso necessario: riduce in modo sostanziale i costi e la complessità per le imprese, senza rinunciare agli obiettivi di sostenibilità dell’Unione.
Il voto, sostenuto da una larga maggioranza, viene letto come un primo passo di un percorso più ampio di semplificazione normativa.
In attesa dell’adozione formale da parte del Consiglio e della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE, la riforma segna un cambio di passo nell’approccio europeo alla sostenibilità d’impresa.
Vale a dire meno adempimenti generalizzati, più attenzione alla proporzionalità e alla reale capacità delle aziende di integrare criteri ESG nelle proprie strategie.

