Il MASE ha di recente aggiornato le linee guida per valutare l’impatto sul suolo dell’utilizzo energetico dei residui agricoli. In particolare, vengono introdotte nuove metodologie per monitorare il carbonio organico e procedure più semplici per gli operatori. Vediamo in questo articolo tutti i dettagli.
Residui agricoli e biomasse, approvate le nuove linee guida sul carbonio nel suolo
Come anticipato, cambiano le indicazioni da seguire per valutare gli effetti sul terreno della produzione di energia attraverso rifiuti e residui provenienti da terreni agricoli. Con il Decreto Direttoriale n. 215 del 27 agosto 2026, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha approvato l’aggiornamento delle linee guida ISPRA dedicate ai piani di monitoraggio o gestione dell’impatto sulla qualità e sul carbonio del suolo.
Il documento riguarda gli operatori economici che producono biocarburanti, bioliquidi e combustibili da biomassa a partire da rifiuti e residui provenienti da terreni agricoli. Per queste attività, l’articolo 42, comma 6, del D.Lgs. 199/2021 richiede la disponibilità di specifici piani per valutare gli effetti sulla qualità del terreno e sulle sue riserve di carbonio.
Le linee guida erano state approvate per la prima volta nel febbraio 2023. La versione 2026 interviene soprattutto sulla sezione dedicata al piano di monitoraggio del contenuto di carbonio nel suolo, adeguando le metodologie utilizzate da ISPRA al 2019 Refinement to the 2006 IPCC Guidelines for National Greenhouse Gas Inventories.
Ad ogni modo, la questione non è soltanto tecnica. I residui delle coltivazioni possono essere utilizzati come risorsa per la produzione energetica, ma la loro continua rimozione dal terreno può incidere sulla disponibilità di sostanza organica e nutrienti.
Le linee guida richiamano anche il possibile aumento del rischio di erosione provocato da vento e pioggia. Il carbonio organico, inoltre, contribuisce a regolare caratteristiche fondamentali del terreno, tra cui ritenzione idrica, porosità, permeabilità e attività della comunità microbica.
L’obiettivo è quindi conciliare la valorizzazione energetica dei residui agricoli con la necessità di non compromettere nel tempo la qualità e la fertilità del suolo.
Come cambia il monitoraggio del carbonio organico
Una parte centrale dell’aggiornamento riguarda il carbonio organico del suolo (Corg) e il relativo stock, indicato come SOC. Il primo misura la concentrazione di carbonio nella matrice del terreno, mentre lo stock rappresenta la quantità complessivamente contenuta in un determinato volume di suolo ed è generalmente riferito ai primi 30 centimetri.
Per verificare gli effetti di un intervento occorre stabilire uno stock medio di carbonio prima dell’attività e confrontarlo con quello successivo. La differenza consente di determinare se il terreno abbia registrato una perdita o un incremento di carbonio.
Le nuove linee guida prevedono due possibilità. Il campionamento diretto del terreno rimane la soluzione preferibile, perché permette di ottenere una stima più accurata. In questo caso i prelievi devono raggiungere una profondità massima di 30 centimetri ed essere ripetuti nello stesso periodo dell’anno, con frequenza annuale per almeno tre anni. Il numero minimo delle unità di campionamento varia inoltre in funzione della superficie interessata.
Quando non sono disponibili campionamenti diretti, gli operatori possono invece ricorrere a una metodologia di stima basata sulle Linee guida IPCC, che considera elementi come zona climatica, caratteristiche del suolo, utilizzo del terreno, pratiche di gestione e apporto di sostanza organica.
Il documento mette a disposizione anche valori medi dello stock di carbonio suddivisi per regione italiana, tipologia di coltura e modalità di gestione. Sono considerate, tra le altre, coltivazioni annuali e perenni, prati e pascoli e differenti sistemi agricoli, come produzione convenzionale, biologica, integrata e pratiche conservative.
Meno calcoli sui residui e una metodologia più semplice
Uno degli aspetti più concreti dell’aggiornamento riguarda proprio la semplificazione dei calcoli.
Non è più necessario stimare quantitativamente i residui colturali prodotti e asportati né calcolarne separatamente lo stock di carbonio. La nuova metodologia tiene già conto della rimozione dei residui e dell’eventuale successivo apporto al terreno di materiale organico trattato, come compost e digestato.
Le linee guida definiscono infatti l’aggiornamento come una “sostanziale modifica e semplificazione della metodologia”, che diventa indipendente dalla misurazione quantitativa dei residui asportati e considera invece qualitativamente la loro rimozione e l’eventuale reintegro di biomasse organiche trattate.
Il principio rimane però quello di verificare gli effetti nel tempo. Una riduzione dello stock di carbonio viene associata a un’emissione netta di CO₂, mentre un suo incremento rappresenta un assorbimento. Il documento considera inoltre un periodo convenzionale di 20 anni per il raggiungimento di un nuovo equilibrio del carbonio nel terreno dopo una variazione nell’uso, nella gestione o negli input del suolo.
Inoltre, in allegato è stato inserito anche un fac-simile destinato agli operatori agricoli, articolato intorno alla descrizione dell’area interessata, alla tipologia di intervento e alla valutazione delle variazioni di carbonio.
L’aggiornamento cerca quindi di rendere il monitoraggio più applicabile senza perdere di vista il punto centrale della disciplina: produrre energia dai residui agricoli non può significare impoverire progressivamente i terreni da cui quelle biomasse provengono. La semplificazione delle procedure può agevolare gli operatori, ma rende altrettanto importante una corretta valutazione degli effetti delle diverse pratiche agricole nel medio e lungo periodo.
FAQ sulle nuove linee guida per biomasse e carbonio nel suolo
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