La crisi della plastica riciclata entra ufficialmente nell’agenda europea. In occasione del Consiglio Ambiente dell’Unione europea del 12 ottobre 2026, in programma a Lussemburgo, l’Italia porta all’attenzione degli Stati membri le difficoltà che stanno attraversando le imprese del riciclo, proponendo una serie di interventi per sostenere la competitività del settore.

Al centro del confronto ci sono le importazioni di materiali a basso costo, la debole domanda di plastica riciclata e gli elevati costi di produzione, fattori che rischiano di compromettere la sostenibilità economica degli impianti europei.

Le richieste italiane puntano a rafforzare il mercato delle materie prime seconde, attraverso controlli più efficaci, incentivi economici e regole comuni. Si tratta, per il momento, di proposte politiche e regolatorie, non di nuovi obblighi già approvati dall’Unione europea.

Plastica riciclata, perché l’Italia chiede un intervento europeo

Come anticipato, il settore europeo del riciclo delle materie plastiche sta attraversando una fase particolarmente delicata. Le imprese devono confrontarsi con una domanda industriale insufficiente, costi energetici e operativi elevati e una crescente concorrenza internazionale.

Il problema riguarda soprattutto la difficoltà di collocare sul mercato la plastica riciclata a prezzi competitivi rispetto ai polimeri vergini. Quando il materiale riciclato costa di più, le aziende utilizzatrici possono essere incentivate a scegliere materie prime alternative, soprattutto nei settori in cui non esistono obblighi specifici di contenuto riciclato.

Questa situazione rischia di indebolire l’intera filiera, dalla raccolta e selezione dei rifiuti fino agli impianti che producono materie prime seconde destinate all’industria.

La questione non è soltanto economica. Un sistema di riciclo industriale poco competitivo può rendere più difficile raggiungere gli obiettivi europei di economia circolare, riducendo la capacità di valorizzare i rifiuti prodotti all’interno dell’Unione.

È in questo contesto che si inserisce l’iniziativa italiana, sostenuta dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), che intende trasferire a livello europeo le criticità emerse nel confronto nazionale con gli operatori.

L’obiettivo è affrontare un problema che non può essere risolto esclusivamente attraverso misure adottate dai singoli Stati, considerando la dimensione internazionale del mercato delle materie plastiche.

Importazioni di plastica riciclata: controlli doganali e certificazioni più rigorose

Uno dei punti principali delle proposte italiane riguarda la necessità di rafforzare la tracciabilità della plastica riciclata importata da Paesi extra-UE.

Secondo quanto riportato, tra le misure ipotizzate figurano l’introduzione di codici doganali distinti per plastica vergine e plastica riciclata, insieme a verifiche più rigorose sulle caratteristiche e sull’origine dei materiali.

La distinzione potrebbe consentire alle autorità di identificare con maggiore precisione i flussi commerciali, migliorando i controlli e la raccolta dei dati sulle importazioni.

Un altro elemento riguarda le certificazioni. L’Italia chiede di rafforzare gli strumenti per verificare che i materiali commercializzati come riciclati rispettino effettivamente i requisiti dichiarati.

La questione è particolarmente rilevante perché le imprese europee operano all’interno di un sistema caratterizzato da obblighi ambientali, controlli e costi di conformità che possono differire da quelli applicati nei Paesi terzi.

L’obiettivo dichiarato non è bloccare indiscriminatamente le importazioni, ma garantire condizioni di concorrenza più equilibrate e contrastare eventuali dichiarazioni non corrette sul contenuto riciclato.

Resta comunque necessario distinguere tra la proposta di rafforzare i controlli e l’introduzione effettiva di nuovi requisiti doganali, che richiederebbe ulteriori decisioni a livello europeo.

Incentivi fiscali e contenuto riciclato: le misure per sostenere la domanda

Il secondo fronte riguarda il mercato interno. Rafforzare la capacità degli impianti di produrre materiali riciclati, infatti, non è sufficiente se le imprese manifatturiere non trovano economicamente conveniente utilizzarli.

Per questo, tra le richieste italiane figurano incentivi fiscali e strumenti economici destinati a favorire l’impiego di plastica riciclata nei processi produttivi.

Le ipotesi comprendono crediti d’imposta, possibili riduzioni dell’IVA e interventi per contenere i costi energetici sostenuti dalle imprese del settore.

Si tratta di strumenti che dovrebbero migliorare la competitività delle materie prime seconde, riducendo almeno in parte lo svantaggio economico rispetto ai materiali vergini.

Un’altra proposta riguarda l’introduzione di obiettivi intermedi di contenuto riciclato negli imballaggi, oltre alla possibile estensione di requisiti analoghi ad altri comparti industriali.

Il principio è creare una domanda più stabile e prevedibile, permettendo agli operatori del riciclo di programmare investimenti e capacità produttiva.

Particolare attenzione viene riservata anche alle frazioni plastiche più difficili da recuperare, come il plasmix, la cui valorizzazione presenta maggiori criticità tecniche ed economiche.

Su questo punto emerge una questione centrale: imporre percentuali più elevate di materiale riciclato può contribuire a sostenere il mercato, ma gli obblighi devono essere accompagnati da disponibilità effettiva di materiali idonei, standard di qualità e condizioni economiche sostenibili.

Senza questi presupposti, il rischio è trasferire le difficoltà da un segmento della filiera a un altro, senza risolvere le cause strutturali della crisi.

End of Waste e spedizioni di rifiuti: cosa cambia dal 21 novembre 2026

Tra i temi sollevati dall’Italia compare anche la necessità di armonizzare i criteri europei End of Waste, cioè le condizioni che consentono a determinati materiali recuperati di cessare giuridicamente la qualifica di rifiuto.

La richiesta punta a evitare che differenze normative e interpretative tra gli Stati membri creino ostacoli alla circolazione e all’utilizzo delle materie prime seconde.

Allo stesso tempo, secondo la ricostruzione delle proposte italiane, l’armonizzazione dovrebbe tenere conto degli sbocchi industriali già autorizzati, evitando di introdurre condizioni che possano penalizzare attività di recupero consolidate.

Il confronto europeo assume particolare rilevanza anche alla luce del regolamento (UE) 2024/1157 sulle spedizioni di rifiuti.

Dal 21 novembre 2026 scatterà infatti il divieto di esportazione dei rifiuti di plastica verso Paesi non appartenenti all’OCSE, una delle novità previste dal nuovo quadro europeo sulle spedizioni transfrontaliere.

La restrizione punta a ridurre il trasferimento di rifiuti plastici verso Paesi nei quali la gestione potrebbe non garantire standard ambientali adeguati.

Tuttavia, il progressivo rafforzamento dei vincoli alle esportazioni rende ancora più importante sviluppare capacità di trattamento, riciclo e assorbimento industriale all’interno dell’Unione europea.

Se il mercato europeo non riuscirà a utilizzare quantità sufficienti di plastica riciclata, gli operatori potrebbero trovarsi a gestire un aumento delle difficoltà commerciali e logistiche.

La sfida, quindi, non consiste soltanto nel limitare l’esportazione dei rifiuti, ma nel creare le condizioni affinché il materiale recuperato possa trovare un’effettiva destinazione produttiva.

La crisi del riciclo richiede una risposta europea, ma le misure sono ancora proposte

L’iniziativa italiana mette in evidenza una contraddizione che riguarda l’intera politica europea sull’economia circolare: aumentare il riciclo non significa automaticamente garantire un mercato alla materia prima seconda ottenuta.

Per rendere sostenibile il sistema occorre intervenire contemporaneamente sulla qualità dei materiali, sulla domanda industriale, sui costi energetici e sulle condizioni di concorrenza.

Il confronto del 12 ottobre rappresenta quindi un’occasione per portare queste criticità all’attenzione delle istituzioni europee, ma non coincide con l’approvazione delle misure richieste dall’Italia.

L’eventuale introduzione di nuovi controlli, incentivi o obblighi di contenuto riciclato richiederà specifici sviluppi normativi e politici.

Per le imprese della filiera, il passaggio più importante sarà verificare se dalle richieste nazionali emergeranno interventi europei concreti capaci di sostenere la competitività del riciclo, evitando che gli obiettivi ambientali rimangano scollegati dalle condizioni economiche necessarie per raggiungerli.

FAQ sulla crisi della plastica riciclata in Europa

Le imprese europee devono affrontare costi di produzione elevati, una domanda industriale insufficiente e la concorrenza di materiali importati o di plastica vergine commercializzati a prezzi competitivi.
L’Italia propone controlli più rigorosi sulle importazioni, incentivi economici, maggiore utilizzo di plastica riciclata e criteri End of Waste armonizzati per rafforzare il mercato europeo delle materie prime seconde.
No. Le misure illustrate rappresentano proposte portate dall’Italia al confronto europeo. Non costituiscono, di per sé, nuove disposizioni già approvate.
In base al regolamento (UE) 2024/1157, dal 21 novembre 2026 sarà vietata l’esportazione di rifiuti di plastica verso Paesi non OCSE, secondo le disposizioni e il calendario previsti dal regolamento.
L’End of Waste indica le condizioni alle quali un materiale ottenuto da un’operazione di recupero può cessare di essere considerato rifiuto. L’armonizzazione europea dei criteri potrebbe facilitare gli scambi e l’utilizzo delle materie prime seconde.

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