L’Italia tenta di ottenere una deroga europea per alcune tipologie di imballaggi monouso in plastica, puntando su biodegradabilità e compostabilità. La proposta è in consultazione UE e si inserisce in un contesto normativo complesso e in evoluzione.

Vediamo in questo articolo tutti i dettagli. 

Verso il 2030: stop al monouso tradizionale, i tentativi dell’Italia per la deroga

Negli ultimi anni, la normativa europea sugli imballaggi ha intrapreso una direzione sempre più rigorosa, con l’obiettivo di ridurre drasticamente l’uso della plastica monouso.

Tuttavia, in questo scenario di progressiva eliminazione, l’Italia sta cercando di ritagliarsi uno spazio specifico per alcune soluzioni alternative, basate su materiali biodegradabili e compostabili.

La proposta, elaborata dal Ministero dell’Ambiente, mira infatti a consentire la permanenza sul mercato di determinati imballaggi monouso, come le bustine per condimenti o i sacchetti ultraleggeri per ortofrutta, purché realizzati secondo standard tecnici precisi.

Non si tratta di un semplice allentamento delle regole, ma di un tentativo di valorizzare una filiera industriale che nel nostro Paese ha raggiunto livelli di sviluppo particolarmente avanzati.

Il punto di partenza è rappresentato dal nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, che fissa al 1° gennaio 2030 una scadenza chiave: da quel momento potranno essere immessi sul mercato solo imballaggi riciclabili.

Contestualmente, verrà vietata una lunga serie di prodotti monouso in plastica, tra cui contenitori alimentari, bicchieri, vassoi e piccoli formati monoporzione.

Questa stretta normativa si inserisce in una strategia più ampia di economia circolare, che privilegia il riutilizzo e il riciclo rispetto allo smaltimento.

Tuttavia, il regolamento lascia agli Stati membri una possibilità: introdurre obblighi specifici di compostabilità per alcune categorie di imballaggi. Ed è proprio su questa apertura che l’Italia ha costruito la propria proposta.

L’idea è semplice ma ambiziosa: se un imballaggio non può essere riutilizzato o riciclato in modo efficiente, allora deve poter essere trattato insieme alla frazione organica, trasformandosi in compost.

La strategia italiana: integrare imballaggio e rifiuto organico

Alla base della posizione italiana c’è una caratteristica distintiva del sistema nazionale: una filiera integrata tra produzione di bioplastiche e gestione della frazione organica dei rifiuti urbani (FORSU).

In altre parole, il Paese dispone già di infrastrutture e competenze per trattare efficacemente materiali compostabili.

Secondo questa impostazione, l’imballaggionon è più un rifiuto separato, ma diventa parte integrante del ciclo dell’organico.

Un esempio concreto è rappresentato proprio dalle bustine monoporzione: se compostabili, possono essere smaltite insieme ai residui alimentari, semplificando la raccolta e migliorando la qualità del trattamento.

La proposta prevede quindi che tali imballaggi rispettino standard tecnici riconosciuti a livello europeo, come la norma UNI EN 13432, che certifica la compostabilità industriale dei materiali.

In questo modo si eviterebbe la presenza sul mercato di prodotti “pseudo-ecologici” e si garantirebbe una reale sostenibilità ambientale.

Oltre agli aspetti ambientali, la misura ha anche una forte valenza economica. Il settore italiano della chimica verde e delle bioplastiche rappresenta infatti un comparto strategico, con investimenti significativi in ricerca e sviluppo.

Negli ultimi anni, però, questo comparto ha dovuto affrontare diverse criticità: dalla concorrenza di prodotti importati a basso costo alla diffusione di soluzioni riutilizzabili non sempre realmente sostenibili.

In questo contesto, una normativa chiara e stabile potrebbe rappresentare un elemento di rilancio.

L’introduzione di requisiti tecnici obbligatori, infatti, avrebbe un duplice effetto. Da un lato, innalzerebbe gli standard qualitativi del mercato; dall’altro, proteggerebbe le imprese che hanno già investito in innovazione, evitando distorsioni concorrenziali.

Naturalmente, la transizione verso materiali compostabili può comportare costi iniziali, soprattutto per le piccole e medie imprese. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, la certezza normativa potrebbe favorire nuovi investimenti e consolidare la competitività del settore.

La sfida della procedura d’infrazione

Il percorso, però, non è privo di ostacoli. L’Italia è già sotto osservazione da parte delle istituzioni europee per il modo in cui ha recepito la direttiva sulle plastiche monouso (SUP).

In particolare, la scelta di esentare alcune bioplastiche dal divieto ha sollevato dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo.

Uno degli elementi critici riguarda il rispetto della procedura di notifica e consultazione preventiva, il cosiddetto periodo di “stand still”, durante il quale gli Stati membri devono attendere prima di adottare nuove norme tecniche.

Il mancato rispetto di questa fase è stato tra le cause dell’infrazione avviata contro l’Italia.

Proprio per evitare nuovi contenziosi, la proposta attuale è stata sottoposta a consultazione europea per almeno 90 giorni.

Si tratta di un passaggio obbligato, che garantisce trasparenza e consente agli altri Stati membri e alla Commissione di esprimere eventuali osservazioni.

Ad ogni modo, il fattore tempo rappresenta un elemento cruciale. Gli Stati membri possono introdurre obblighi di compostabilità solo fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, prevista per agosto.

Considerando che la fase di consultazione terminerà a inizio luglio, resterà una finestra molto limitata, poco più di un mese, per approvare definitivamente la misura a livello nazionale.

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